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giovedì 29 maggio 2014

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Perchè scrivo di fumetti

Sono il primo a scrivere su questi lidi, quindi il mio è il compito più ingrato di tutti.
Ma avendo creato “materialmente” questa simpatica baracca disorganizzata di puzzole sulla Luna, diciamo che mi tocca.
Se in questi giorni avete avuto modo di gironzolare qui attorno, sapete cos’è che fa, principalmente, Moon Base Factory: libri.
Anzi, Bei Libri, come la Vision e Mission insegna.

Ora, io posso parlare esclusivamente per me: non so se i miei sono bei libri (stando ai commenti dei miei lettori pare di sì, ma essendo i miei lettori “miei lettori” possono essere molto di parte – e il giudizio comunque rimane vostro).
Posso però raccontarvi com’è il mio approccio alla scrittura.
E in particolar modo, alla scrittura inerente la “critica fumettistica”.


Un critico non proprio cordiale

Ho sempre pensato che un prodotto è figlio del tempo in cui viene realizzato.
Potreste anche dire che è banale, come pensiero. Ma in effetti è proprio così.
E i fumetti, naturalmente, non sfuggono a questa regola.

In Italia però c’è sempre stata (e c’è ancora, a ben vedere) grandissima diffidenza nei confronti della “Nona Arte”. Vuoi per ignoranza, vuoi per disinteresse, ma da noi la parola fumetto è sinonimo di “prodotto per bambini”.
Cosa assolutamente menzognera.

Ecco perché quando mi sono messo al lavoro tanto sul saggio su One Piece, quanto su quello su Captain Tsubasa (Holly e Benji) ho cercato di avere ben presente questi due aspetti: ovvero che i fumetti in questione erano figli di un’epoca ben precisa, e che non essendo (solo) prodotti per bambini potevano raccontare altro.
Tantissimo altro.


Un fumetto per bambini. Ma non solo...

Perché un fumetto che ha come punto di partenza “pirati e pirateria”, pur essendo il più fantasioso possibile, deve partire, per forza di cose, dai veri pirati e dalla vera pirateria.
Stesso identico discorso per un fumetto che parla di bambini che giocano a pallone: se il calcio non è al centro di tutto (e se non è influenzato dal mondo che lo circonda) che razza di gioco (e di fumetto) è?

Anche in questo caso ho sempre pensato (e sostenuto) che i fumetti possano essere il mezzo attraverso il quale è possibile parlare di noi e del nostro mondo.
Se un fumetto sui pirati prende spunto dai veri pirati, perché non andare a fondo in questa ricerca?
Se in One Piece Edward Newgate detto “Barbabianca” e il suo ex-sottoposto Marshall D. Teach detto “Barbanera” sono ispirate alla figura del vero Teach Barbanera, perché non possiamo utilizzare One Piece per raccontare la storia, le gesta e la leggenda del vero Barbanera?


Barbabianca e Barbanera: ispirati al "vero" Barbanera

Josè Mourinho dice: Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio.
Faccio mia questa massima, e la rigiro in ambito fumettistico: Chi sa solo di fumetti non sa niente di fumetti.

Perché il cuore del problema, per ritornare all’inizio del nostro discorso, è proprio questo: è impossibile scindere un fumetto dal periodo storico in cui è stato ideato, scritto e disegnato.
Ed è ancora più impossibile non parlare di fumetto prescindendo da quelle che sono le influenze nel mondo reale.

Ecco perché nei miei scritti (e nel mio approccio alla scrittura inerente il mondo del fumetto) non possono assolutamente mancare rimandi alla nostra storia, alla nostra cultura, al nostro folklore, alla nostra mitologia: perché qualsiasi opera a fumetti, dalla più becera alla più sublime, è figlia di tutti questi elementi.


Venezia? No, Water Seven: in One Piece

Non parlarne sarebbe un vero e proprio delitto.
E si farebbe un enorme torto all’opera che stiamo cercando di esaminare.

Nel saggio su One Piece sarebbe stato veramente delittuoso non parlare dei maggiori riferimenti storico-storiografici presenti nell’opera di Eiichiro Oda.
La ciurma dei pirati di “Cappello di Paglia”, per quanto piccola, è oggettivamente basata su una vera ciurma pirata, dove ognuno dei componenti riveste, in maniera ideale, le figure principali che permettevano ad una nave pirata di solcare i mari.
In ogni singolo capitolo del manga ci sono riferimenti più o meno lampanti al nostro mondo e alla nostra Storia, alla nostra cultura, alla nostra Filosofia, alla nostra mitologia. A tutto, insomma.
Quindi, di nuovo, la domanda è: perché lasciarli fuori e non parlarne?

Stesso discorso per Holly e Benji, un fumetto che ha rivoluzionato non solo un intero genere fumettistico, ma che ha avuto sul calcio un impatto talmente devastante da cambiarlo radicalmente. Se non fosse stato per il manga (e il cartone animato) di Yoichi Takahashi, in Giappone non esisterebbe il calcio a livello professionistico, ma soprattutto molti dei calciatori affermatisi negli anni 90 e 2000 non sarebbero mai diventati professionisti.

Mi piace parlare di fumetti in una maniera che forse (forse) nessuno ha mai fatto, perché i fumetti (tutti, nessuno escluso) parlano di noi.
Sempre e comunque.

E non è cosa da poco.

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8 commenti:

  1. Caro Sommo, il problema della considerazione dei fumetti in italia meriterebbe un sito a parte, tanto ci sarebbe da discutere... Io personalmente ho sempre apprezzato i fumetti, perchè oggettivamente un'immagine può valere mille e più parole. Ciò premesso da quando seguo te ho iniziato ad andare oltre il livello di lettura che ho mantenuto per anni (non che fossi un sempliciotto,ma certe cose proprio le ignoravo o non le coglievo :P ) e in questo modo ho riscoperto vecchie conoscenze. Ti ringrazio per "l'educazione" che fornisci dai tuoi siti e ti incoraggio ad insistere con i tuoi lavori, diffondere la cultura è un dovere di chi la padroneggia meglio e tu lo fai alla grande ;)

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    1. Ci proviamo. Pian piano, ci proviamo. ;)

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  2. Va be se usi come esempi Holly e Benji e One Piece è troppo facile. Certi manga o cartoni fanno semplicemente schifo o si trovano bene la, nella loro mediocrità. Comunque sono pienamente d'accordo con te. In Italia il fumetto è bollato come prodotto infantile solo perchè è un fumetto.

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    1. Sì, beh, è ovvio che si cerano opere ad hoc. ;)

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  3. Sommo, il mio intervento sarà breve e forse inesatto, ma la mia impressione è che non sia "il fumetto" ad essere nel mirino, quanto piuttosto il manga. Lasciando perdere Moebius e Spiegelman vari, che si rivolgono purtroppo ad un pubblico di nicchia, l'accusa di essere "da bambini" o "di serie B" è molto meno pesante nei confronti dei comics e inesistente per gli italiani (Tex, Dylan Dog, Diabolik).
    Anche la stessa produzione Disney, tipicamente rivolta a un pubblico giovane (e anche qua si potrebbe discutere, vedi il genio di Carl Barks), è magari sì accusata di essere da bambini, ma mai di essere stupida. Il manga invece è accusato di entrambe le cose.
    Avrei le mie considerazioni sulla ragione ma sono troppo lunghe per essere scritte qui, ma mi interessava almeno sollevare il punto.

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    1. Non sono d'accordissimo, da noi vale la regola che fumetto=bambinata in senso generale, soprattutto causa ignoranza. C'è da dire però che pian piano le cose stanno cambiando, rispetto a 15 anni fa c'è comunque più apertura mentale. ;)

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  4. A me sembra che forse stia accadendo tutto il contrario, ossia che mai come oggi il fumetto è valutato come qualcosa di "culturale" e di "artistico", ma allo stesso tempo mai come oggi il numero di lettori di fumetti si vada assottigliando.
    In edicola imperano solo Bonelli e Diabolik, i manga e i supereroi resistono più che altro nelle librerie specializzate e alle fiere. Stiamo diventa un pubblico di nicchia, come quello del jazz

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    1. Mah, guarda: è indubbio che da qualche tempo a questa parte le cose stiano cambiando ma...se fai un giretto sul blog di Bao Publishing si parla proprio di questo. E di come il fumetto ancora sia visto come prodotto di serie B.
      E lo dicono quelli di Bao (che sono diventati i migliori editori italiani), non io (che sono un signor nessuno). ;)

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